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IN PARLAMENTO

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Mercato degli NPL: l’audizione ANCE in Parlamento
2 Febbraio 2021 - XVIII legislatura 

Si è svolta il 2 febbraio c.m. l’audizione dell’ANCE presso la Commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario e finanziario sul tema della gestione dei crediti deteriorati.

 

L’Ing. Rudy Girardi, Vice Presidente Centro Studi, che ha guidato la delegazione associativa, ha evidenziato, in premessa, l’inefficacia della gestione che, fino a questo momento, si è avuta dei crediti deteriorati. Dal 2015 al 2020 sono stati ceduti più di 250 miliardi di NPL ma cedere non vuol dire risolvere il problema degli NPL, anzi. Molti dei fondi che hanno acquistato NPL sono soggetti meramente finanziari, più adatti per una fase liquidatoria di un’azienda, non certo per gestire la crisi finanziaria di imprese economicamente sane. Molte imprese “cedute”, infatti, sono vive, e continuano a lavorare sul mercato, ma sono alle prese con richieste di piani di rientro che anni di crisi hanno reso insostenibili e che le stanno condannando a morte.

Per questo ha evidenziato la necessità di un ripensamento delle modalità di dismissione, perché le cessioni massive fino ad ora hanno creato danni a tutti, imprese, banche e Stato. Con la crisi epidemiologica e le misure che sono entrate in vigore, come la nuova definizione di default, la situazione potrà solo peggiorare. Bisogna modificare immediatamente l’approccio agli NPL, concedendo tempo e risorse ai debitori per ristrutturare le operazioni non performanti. Sul tema, il DDL 79/S (prima firmataria Sen. De Petris), oggi fermo in Commissione Finanze del Senato, offre un’alternativa alla cessione in blocco dei crediti deteriorati.

Ha, inoltre, sottolineato la convinzione dell’Ance della necessità di uno strumento pubblico per la ricapitalizzazione delle imprese al fine di risolvere il problema del sovraindebitamento e, quindi, dell’accesso al credito. Un nuovo credit crunch rischierebbe di compromettere fortemente anche l’efficace utilizzo delle risorse del Recovery Plan e quindi la possibilità di assicurare all’Italia una crescita sostenuta e continua del PIL nei prossimi anni, creando ricchezza e quindi le risorse necessarie per il ripagamento del debito pubblico.

 

Il Vicepresidente è passato, poi, ad illustrare il contesto congiunturale del settore delle costruzioni ricordando le due precedenti crisi economiche (2008 e 2011-12) che hanno portato all’uscita dal mercato di oltre 137.000 imprese e alla perdita di 600.000 posti di lavoro.

La causa di queste due crisi è riconducibile alla despecializzazione delle banche.

La “rivoluzione” introdotta dalla Legge Amato (1990) ha imposto un processo di riorganizzazione e una serie di fusioni che hanno portato alla creazione di soggetti che spesso non hanno dimostrato di avere competenze specifiche nel gestire finanziamenti complessi come quelli erogati al settore delle costruzioni.

Nonostante l’introduzione di Basilea 2, le banche hanno valutato, spesso in maniera non corretta i rischi insiti in operazioni di sviluppo immobiliare, erogando finanziamenti nella fase espansiva del ciclo immobiliare per poi effettuare un ingiustificato razionamento del credito quando è scoppiata la bolla immobiliare negli Stati Uniti (2007). In altre parole, non sono state sufficientemente valutate la reale consistenza e l’effettiva esperienza delle imprese finanziate.

Gli ingenti aiuti che sono stati messi in campo per risolvere le due crisi sono stati usati quasi esclusivamente per aiutare il settore finanziario al fine di prevenire rischi sistemici; nonostante ciò, il comparto non è stato messo nella condizione di operare efficacemente. Le Istituzioni non sono riuscite a mettere a punto un meccanismo che potesse garantire che questa massa ingente di risorse fosse in grado di raggiungere i soggetti bisognosi della liquidità necessaria per continuare a produrre e sostenere l’economia.

I dati di Banca d’Italia dimostrano che molte risorse sono rimaste nel circuito del settore bancario e non si sono tradotte in investimenti materiali, ma soltanto speculativi o nell’acquisto di titoli del debito pubblico. Dall’analisi dei flussi di nuovi finanziamenti emerge che i prestiti sono andati a molti settori dell’economia, tranne che all’edilizia. Tra il 2007 e il 2019 i finanziamenti erogati per investimenti in costruzioni sono diminuiti di oltre il 70%, passando da 52,5 miliardi nel 2007 a circa 15 miliardi nel 2019.

Le aziende del settore si sono trovate, di fronte a richieste immediate di rientro dai fidi in essere, aumenti del tasso d’interesse applicati, segnalazioni inappropriate in Centrale Rischi. In pratica, tutte le imprese del settore, in blocco, sono state dichiarate “rischiose” e quindi non meritevoli, per definizione, del credito bancario.

Per le imprese impegnate nel mercato privato la stretta è stata doppia: sulla domanda, ovvero sulle famiglie, che si sono trovate a non avere più accesso ai finanziamenti necessari per l’acquisto di abitazioni; dall’altra parte gli istituti di credito, di fronte al conseguente blocco delle vendite, hanno richiesto rientri immediati alle imprese.

Le imprese impegnate nella realizzazione di opere pubbliche sono state inoltre “travolte” dai gravi ritardi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione: un vero scandalo, condannato anche dalla Corte di Giustizia europea. 

 

Al riguardo, il Vicepresidente ha evidenziato come l’Ance abbia cercato in tutti i modi di proporre soluzioni per superare questa chiusura del settore bancario ma non è stata ascoltata.

Sarebbe bastato il potenziamento del Fondo di garanzia PMI, previsto dal Legislatore in occasione della crisi pandemica, con l’opportunità di rinegoziare le scadenze dei mutui ipotecari. Un simile meccanismo nelle due crisi precedenti avrebbe sostenuto le imprese ed evitato che si generasse quell’enorme massa di NPL, la cui gestione ha creato ulteriori distorsioni che hanno favorito i soggetti speculativi e non l’economia reale.

 

Il Vicepresidente si è, poi, soffermato sugli errori commessi nella gestione dei crediti deteriorati. Una volta creata la massa di NPL, la BCE e l’EBA hanno optato per le cessioni massive da parte delle banche piuttosto che aumentare significativamente la quantità di operazioni per le quali procedere direttamente ad una ristrutturazione del finanziamento con il debitore.

Nel marzo 2015, l’ammontare totale di crediti deteriorati delle sole imprese era di circa 243 miliardi di euro. Il 30 settembre 2020, ultimo dato disponibile, erano 83 miliardi di euro il valore di NPL del settore produttivo presenti nei bilanci delle banche. Secondo i dati di Banca Ifis, dal 2015 al 2020 sono stati ceduti più di 250 miliardi di NPL.

Tale cessione ha creato danni a tutti i soggetti coinvolti, in primis, alle imprese. Cedere a fondi finanziari è più adatto per una fase liquidatoria di un’azienda non certo per gestire la crisi finanziaria di imprese economicamente sane. Molte imprese “cedute” sono vive, e continuano a lavorare sul mercato, e i servicer, come solo in rari casi fanno, dovrebbero pensare alla sostenibilità nel tempo dei piano di valorizzazione. Applicare un piano di rientro insostenibile o impedire una rinegoziazione significa, spesso, decretare la morte dell’impresa.

 

Ha, poi, evidenziato la mancanza di trasparenza nelle fasi di cessione. L’art. 58 del TUB, infatti, prevede che la banca cessionaria dia notizia dell'avvenuta cessione mediante iscrizione nel registro delle imprese e pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. Diverse imprese hanno denunciato una mancanza completa di trasparenza nella comunicazione della cessione del credito, dal momento che sono venute a conoscenza  dell’avvenuta cessione solo con il rifiuto del pagamento da parte della banca creditrice. Questa procedura ha causato, in alcuni casi, l’impossibilità per il debitore ad adempiere ai propri obblighi, determinando un grave danno, perfino con la segnalazione a Utp presso la Centrale Rischi.

Ma anche alle banche, la dismissione accelerata ha fatto tutt’altro che bene, dal momento che hanno accumulato perdite elevate e dovuto affrontare ricapitalizzazioni impegnative.

Di fronte a tale situazione, il Legislatore, invece di incentivare la ristrutturazione del credito deteriorato all’interno della banca, più redditizio per gli istituti, ha deciso di introdurre le GACS, ossia la Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze. In altre parole, lo Stato ha deciso di garantire il profitto dell’investitore (ovvero il fondo speculativo, molto spesso soggetto straniero che paga le imposte all’estero) che acquista il pacchetto di crediti deteriorati qualora il processo di valorizzazione dei crediti sottostanti non consentisse il raggiungimento del rendimento previsto. Un evento che si sta puntualmente verificando.

Nel 2020, infatti, delle 15 operazioni assistite da GACS analizzate, 13 mostrano performance di recupero in calo, iniziando a risentire degli effetti della pandemia.

Questo si tradurrà nell’esborso per lo Stato di risorse ingenti che andranno a sostenere i fondi acquirenti. Risorse che sarebbero potute essere destinate, invece, ad incentivi per sostenere le imprese, sia in modo diretto, che attraverso il comparto bancario.

Già nel 2017, l’Ance aveva evidenziato i potenziali rischi per il bilancio dello Stato, partecipando al ciclo di audizioni della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Sistema Bancario e Finanziario  nel mese di Dicembre 2017.

Aspetto ancora più grave è che lauti guadagni e bassi rischi non potevano che attirare la criminalità organizzata. Nel Secondo Rapporto dell’Organismo permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso del Ministero dell’interno viene evidenziato che “la crisi di liquidità delle imprese e le difficoltà economiche, nell’attuale momento di riapertura, costituiscono delle condizioni che potrebbero favorire attività strutturate delle organizzazioni criminali attraverso l’utilizzo di raffinati e complessi strumenti finanziari che consentono (anche attraverso l’acquisto dalle banche di crediti deteriorati e il coinvolgimento di fondi di investimento compiacenti) di entrare in possesso di asset imprenditoriali di particolare interesse nel settore turistico, della ristorazione e del commercio”.

 

Per il futuro, il Vicepresidente ha richiamato il documento di Banca IFIS che prevede una forte accelerazione nel biennio 2021-22 del flusso di nuovi prestiti deteriorati: nel 2021 si stimano 37 miliardi di nuovi NPL e nel 2022 di 29, ossia circa 70 miliardi nuovi crediti deteriorati, soprattutto nel segmento imprese.

Ha,poi, segnalato alcune dinamiche che dal 30 giugno 2021 avranno un impatto devastante sulla vita delle imprese. Si tratta, nello specifico, della nuova definizione di default, molto più stringente rispetto al passato, e dell’entrata in vigore dell’obbligo copertura delle perdite attese (il cosiddetto “calendar provisioning”), che determineranno una nuova “fame” di capitale per le banche; del termine della moratoria sui crediti (ex art. 56 DL Cura Italia); della fine dell’accesso “libero” al Fondo PMI (art. 13 DL Liquidità); del codice della crisi d’impresa.

Un tempismo, soprattutto da parte dell’Eba, che rischia di compromettere fortemente anche l’efficace utilizzo delle risorse del Recovery Plan e quindi la possibilità di assicurare all’Italia una crescita sostenuta e continua del PIL nei prossimi anni, creando ricchezza e quindi le risorse necessarie per il ripagamento del debito pubblico.

 

Alla luce del quadro descritto, il Vicepresidente ha evidenziato l’esigenza di un duplice intervento da parte del Legislatore.

In primo luogo, favorire la rinegoziazione del debito delle imprese in crisi finanziaria direttamente con le banche.

In Commissione Finanze del Senato sono in discussione tre Disegni di Legge sul recupero dei crediti in sofferenza che, per la prima volta, sposano il punto di vista anche del debitore (debtor level approach) finora completamente ignorato dal Legislatore.

La norma prevede, infatti, il riconoscimento al debitore della possibilità di concordare con la banca, o l’intermediario finanziario, una transazione stragiudiziale per la restituzione a saldo e stralcio di quanto dovuto per un importo non inferiore al valore di bilancio della propria esposizione al 31 dicembre 2019.

I benefici di questa norma, al contrario delle GACS, sono per tutti.

L’impresa potrebbe restituire il proprio debito e continuare ad operare, tutelando il tessuto produttivo e la forza lavoro, la banca potrebbe usufruire di un regime fiscale agevolato che contempli la deducibilità fiscale della perdita, immediata e opportunamente maggiorata, lo Stato non correrebbe il rischio di pagare eventuali GACS nel caso di cessione cartolarizzata dei crediti.

Occorre, quindi, dare un impulso al DDL 79 “Disposizioni per favorire la definizione delle sofferenze bancarie a carico di famiglie e imprese” e approvarlo nel più breve tempo possibile.

 

In secondo luogo, uno strumento per la ricapitalizzazione delle imprese.

L’Ance sta lavorando ad uno strumento che prevede la possibilità per l’impresa di varare un aumento di capitale “a rate” con delle agevolazioni dal punto di vista finanziario.

L’idea è quella di creare uno strumento pubblico che, attraverso un prestito partecipativo, intervenga in imprese che dispongono di un piano finalizzato alla crescita industriale con benefici per l’economia reale.

Il risultato finale sarebbe molto importante: l’impresa avrebbe sin da subito le risorse per investire e il tempo necessario per far fruttare l’investimento, effettuare l’aumento di capitale e restituire il prestito allo Stato. Il tessuto imprenditoriale uscirebbe da questa crisi rafforzato, pronto ad abbattere il rapporto tra indebitamento e patrimonio netto e ritornare ad essere considerata solvibile.

 

 

In allegato il Documento con il dettaglio della posizione ANCE consegnato agli atti della Commissione.